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Categoria: Certificazione energetica

differenza tra APE e protocolli di sostenibilità ambientaleOrmai da alcuni anni faccio più fatica a far comprendere l'esigenza di adeguare il nostro modo di progettare alla necessità di realizzare case a basso consumo ad alcuni colleghi, architetti e ingegneri, che ai non addetti ai lavori.

È ora di fare un minimo di chiarezza tra quella che è la certificazione energetica che viene effettuata da un tecnico al momento di una compravendita, o per affittare un immobile, solo perché obbligo di legge, e una metodologia di progettazione e costruzione basata su protocolli riconosciuti anche a livello internazionale, che portano a risultati concreti e misurabili, di cui la certificazione è solo la ciliegina sulla torta.

Iniziamo con il parlare dei protocolli che guardano più alla sostenibilità ambientale, ossia LEED e ITACA. Nel prossimo articolo invece vedremo quelli specifici per il risparmio energetico.

Ma facciamo prima un passo indietro...

Se segui questo blog sai già che trovo completamente inutile la certificazione tradizionale energetica, attualmente APE (attestato di prestazione energetica). Il fatto che sia cambiato il nome (prima era l'ACE, l'attestato di certificazione energetica) e non la sostanza, poco importa. È un ulteriore balzello che al proprietario di casa, così come al locatore e acquirente, non dà alcun vantaggio o beneficio.

Con l'APE si va a certificare ex post immobili fatiscenti, da risanare completamente, comunque altamente energivori e abbondantemente in classe G. La normativa italiana, infatti, prevede la certificazione anche per ruderi da abbattere, in caso di compravendita o di affitto (a meno di inagibilità).

Per le nuove costruzioni, poi, queste certificazioni vengono fatte senza un reale protocollo di controllo. Nella migliore delle ipotesi l'APE viene rilasciato da un collega del progettista. In nessun caso:

A riprova ci sono i numerosi contenziosi aperti contro le ditte che avevano promesso una casa in classe A, data la muffa creatasi nelle abitazioni. Anche un bambino capirebbe che una tale certificazione è inutile e posticcia.

Chiarito questo, allora, è possibile avere degli strumenti che garantiscano uno standard costruttivo elevato e la certezza ex ante che la casa che sto acquistando o riqualificando mi dia elevate prestazioni energetiche e il massimo comfort abitativo?

Ovviamente è possibile, altrimenti non staresti leggendo questo articolo...

Ti ho parlato del protocollo CasaClima in molte occasioni. Oggi voglio parlarti anche di altri protocolli, se pur in maniera non approfondita, e farti comprendere anche quali siano le principali differenze.

 

I protocolli di sostenibilità ambientale: LEED e ITACA

Il concetto di “impatto ambientale” è legato alle azioni che oggi noi compiamo e che influiranno in qualche modo sulle generazioni future. L'edilizia è da sempre uno dei settori a maggior impatto ambientale, seguito da industria e trasporti.

 

Lo sviluppo sostenibile nell'edilizia non tiene conto solo degli edifici, ma anche delle infrastrutture individuali e collettive. Prende in esame i singoli materiali, il loro processo di lavorazione e di smaltimento; dunque tutto il ciclo di vita dei prodotti che entrano a far parte del sistema.

 

Lo sviluppo sostenibile nell'edilizia, dunque, si può ottenere seguendo tre criteri:

 

La certificazione di sostenibilità ambientale è lo strumento (volontario e non obbligatorio) che dà garanzia sull'impatto ambientale di un edificio in relazione al territorio e alla salute dell'uomo, tenendo presente anche i consumi energetici dell'edificio certificato.

 

Esistono due approcci valutativi della sostenibilità ambientale di un edificio:

 

1. metodo qualitativo o a punteggio

Vengono definiti dei requisiti a cui si applicano specifici pesi e punteggi. Alla fine si ottiene la sommatoria di tali punteggi, che indica il livello di sostenibilità. Rientrano in questo approccio valutativo a punteggio protocolli come LEED (americano), BREEAM (inglese), CASBEE (giapponese), ITACA (italiano).

 

2. metodo quantitativo

È un metodo molto più dettagliato e rigoroso, che fa riferimento all'analisi LCA (Life Cycle Assessment, in italiano "valutazione del ciclo di vita") del fabbricato. In questo articolo non tratteremo questo argomento.

In Italia la situazione è piuttosto frammentata, nel senso che non è stato riconosciuto né seguito uno standard unico. Lo stesso protocollo ITACA si è affermato più a livello pubblico/regionale, con molte specificità a livello locale. LEED è un protocollo molto affermato all'estero. In Italia viene adottato per lo più per edifici pubblici (ma in misura ancora insufficiente).

Ciascuno di questi due protocolli ha contenuti e modalità di applicazione propri, con diversi punti in comune.

Nell'avvisarti che potrebbe essere un po' noioso, e che volendo potresti saltare alle considerazioni finali, vediamo sommariamente di cosa si tratta.

 

Il protocollo ITACA 2011

L'Istituto per la Trasparenza degli Appalti e la Compatibilità Ambientale ha sviluppato un protocollo , da cui prende il nome come acronimo, sulla base delle ricerche e delle metodologie messe a punto da un pool internazionale, l'iiSBV.

In realtà sarebbe più corretto parlare di protocolli, poiché ne sono stati sviluppati diversi in base alla destinazione d'uso (residenziale, commerciale, uffici e industriale).

Il protocollo è stato poi recepito dalle singole regioni d'Italia, che applicano alcuni criteri specifici a seconda delle situazioni locali. Del resto potevamo non distinguerci anche per questo e fare come al solito le cose all'italiana? Ecco servito il nostro piatto... Alcune regioni hanno addirittura cambiato nome o criteri rispetto ad altre. Per cui alla fine si è ottenuto uno strumento flessibile, ma non proprio standard a livello nazionale.

 

Ma su cosa si basa il protocollo ITACA?

In sostanza, a livello nazionale, sono state individuate 5 aree tematiche di valutazione. Ogni area poi comprende un certo numero di criteri raggruppati in categorie. Per ognuno di questi criteri è necessario individuare un parametro, a cui dare un peso che corrisponde ad un punteggio. La somma di questi punti definisce il livello di certificazione.

In buona sostanza, per dirla più semplicemente, c'è una griglia con una serie di voci, raggruppate in aree tematiche, che sono:

  1. Qualità del sito (riutilizzo del territorio, adiacenza ad infrastrutture, ecc.)
  2. Consumo di risorse (approvvigionamento energia primaria, materiali, involucro, ecc.)
  3. Carichi ambientali (emissioni di CO2, impatto acque reflue e rifiuti solidi, ecc.)
  4. Qualità ambiente indoor (comfort abitativo)
  5. Qualità del servizio (sicurezza in fase operativa, funzionalità ed efficienza, mantenimento in fase operativa)

 

Il sistema di valutazione della sostenibilità ambientale LEED

Nel 1993 l'associazione no-profit americana US Green Building Council definì e promosse il sistema di certificazione LEED. Esistono specifiche versioni, come per ITACA, che ampliano la gamma a seconda della tipologia di edificio (residenziale, commerciale, scolastico, ufficio, ecc.).

Anche il protocollo LEED è organizzato secondo un sistema a crediti (credits) in macroaree. Per ognuna di queste sono definiti dei “prerequisiti obbligatori” ritenuti importanti per poter procedere alla certificazione dell'edificio. Ci sono poi anche aspetti facoltativi, definiti “criteri”, il cui soddisfacimento permette di ottenere gradi di classificazione della sostenibilità del tipo oro o platino, ossia i più qualificati.

Le macroaree del sistema LEED sono:

  1. La scelta e protezione del sito di costruzione in tutte le fasi di cantiere ed esercizio dell'edificio
  2. Contenimento del consumo di acqua e uso di tecnologie per il risparmio idrico
  3. Riduzione dei consumi energetici dell'edificio e delle emissioni inquinanti in ambiente
  4. Utilizzo di materiali locali, riciclabili o riciclati, uso di legno certificato
  5. Benessere termo-igrometrico, comfort visivo
  6. Criteri innovativi specifici del progetto
  7. Specificità regionali

Posto quindi che il sistema LEED ha molti aspetti in comune con ITACA, senza entrare nel dettaglio, trovo quello americano più performante del secondo in quanto rende alcuni aspetti obbligatori al fine del conseguimento della certificazione. È inoltre uno standard vero, a livello internazionale.

Alcuni prerequisiti, secondo il mio personale parere, non possono essere messi in secondo ordine e non possono essere considerati di egual peso nei punteggi con altri aspetti. Il peso che viene dato ad alcuni criteri della sostenibilità e del risparmio energetico deve essere giustamente maggiore rispetto ad altri.

 

Quali sono le criticità della certificazione ambientale e cosa non mi convince tuttora

Cosa non mi convince della certificazione di sostenibilità ambientale?La prima cosa da dire è che è molto difficile fare un confronto oggettivo e scrupoloso tra tutti i protocolli che si sono affermati nel corso degli anni. Fermo restando la nobilissima finalità della certificazione ambientale, in generale, mi permetto di individuare le seguenti criticità.

- Basandosi su metodi qualitativi, le valutazioni risentono ancora di una certa soggettività, dalla raccolta dei dati all'interpretazione delle informazioni

- Ravviso la mancanza di standard condivisi e di banche date comuni, soprattutto sui materiali utilizzati, che non sono a loro volta certificati

- Vengono sommati punteggi relativi ad ambiti e criteri diversi. Alla fine si ottiene un giudizio sintetico globale, come sommatoria totale di una serie di voci. A mio modesto parere c'è un po' un appiattimento di alcuni aspetti che potrebbero essere più importanti in alcuni contesti. Ad esempio, se alcune voci di valutazione hanno punteggio basso o nullo, potrebbero essere in qualche modo "mediate" dal punteggio elevato di tutte le altre, nel giudizio finale (protocollo ITACA). Non mi sembra un'ottima cosa...

- Sono necessarie competenze interdisciplinari che il valutatore spesso non ha

- I costi di certificazione sono ritenuti elevati rispetto ai benefici

- I privati fanno fatica a trarne un vero e proprio beneficio, poiché serve un cambiamento collettivo

Nel prossimo articolo, parlerò di due protocolli più vicini alle esigenze del privato, e ti spiegherò anche perché.

La mia visione delle certificazioni energetiche tradizionali è abbastanza netta, come avrai capito. Ma vorrei, prima di aprire inutili polemiche, far passare il messaggio che qualsiasi strumento tecnico o normativo, obbligatorio o volontario che sia, deve portare un reale beneficio nelle tasche del committente (e un miglioramento per la collettività, in termini di salute e comfort), non nelle tasche delle amministrazioni o dei soli addetti ai lavori.

Sono assolutamente favorevole alla sostenibilità ambientale. Da anni mi batto in tutte le sedi per il recupero dell'esistente e per la valorizzazione del territorio, in modo da non sottrarre nuovi terreni agricoli in favore della speculazione edilizia. E su questo blog non c'è una sola frase che vada in direzione contraria.

Non sono quindi contraria ai protocolli di sostenibilità ambientale, anche se trovo ancora molte lacune e penso siano da migliorare e standardizzare. Soprattutto nel contesto italiano.

 

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